DIARIO DI UN PAZZO ALL’OROLOGIO

 

Di Agius & Francione

 

Ritorna per la quarta volta al Teatro dell'Orologio di Roma, dove era nato nel 1988 per poi diramarsi per anni nelle platee di tutta Italia, il «Diario di un pazzo" monologo di Flavio  Bucci  per la regia di Mario Moretti, che la cura  insieme allo stesso Bucci.  Di questo spettacolo, dopo tredici anni di repliche, sia pure a ritmi alternati, Bucci ne ha fatto un vero e proprio «show-cult", compiendo il miracolo di una identificazione che va al di là dello spettacolo e si fa rappresentazione di fobie, tic, manie, allucinazioni e idiosincrasie proprie del cosiddetto «vivere civile" del nostro tempo.

          Questa messinscena è una  tipica espressione di antiarte(http://antiarte.studiocelentano.it)  nell’adattamento di Moretti dell’omonimo racconto di Nikolai Gogol, scritto nel 1835  e incentrato sulla figura di Aksentij Ivanovic Popriscin, un povero impiegato di San Pietroburgo vivente ai tempi della Russia zarista. Il protagonista è un uomo dalla pallida personalità, che ha la sola responsabilità di temperare le matite per il capoufficio Ivànovic. Egli soffre per la sua bassa condizione sociale, che lo priva di ogni dignitoso rapporto umano, sprofondando giorno dopo giorno in una solitudine cronica dove immagina un mondo personale prestigioso, sottile vendetta contro coloro che lo hanno rinchiuso dentro al suo cuore-manicomio. . L'amore per la figlia del capufficio lo porterà giorno dopo giorno a sprofondare nel delirio, annotando su un diario il grafico della sua follia fino ad identificarsi maniacalmente col Re di Spagna..
      
L'ambiente descritto nel «Racconto pietroburghese" era familiare al giovane Gogol, vissuto all'interno di quella sorta di mandarinato militare che era la burocrazia zarista. “Diario di un pazzo” raffigura la discesa nella follia del mite impiegatuccio, preda di un sogno di grandezza che andrà in frantumi al risveglio nella realtà. Un parallelo profetico con la vita stessa di  Gogol, che da scrittore volle farsi riformatore religioso e sprofondò nella follia mistica. Maestro del realismo, Gogol occupa un posto totalmente autonomo nella letteratura russa, per gli incubi che popolano la sua fantasia e per la capacità di dilatare in figure comico-mostruose gli esempi della mediocrità umana , creando personaggi che superano il suo tempo per lanciarsi nell’eternità.

         Moretti ha fatto opera antiartistica applicandone  il principio della contaminatio. Da un lato ha accentuato il dato biografico, con l'aggiunta di particolari desunti dalla vita e dall'opera di Gogol, mentre ha inserito nel contesto riflessioni e intuizioni colte nello splendido saggio dedicato a Vladimir Nabokov all'autore delle «Anime morte". Umorismo e Pietas, grottesco e dramma, si alternano nella vicenda esemplare del piccolo impiegato e dei suoi impossibili sogni  alternati a quelli del Gogol uomo e  scrittore, ed è così che la novella già bellissima in sé diventa materia viva e palpitante sulle scene.

        «Bell'esempio di traduzione totale, non solo linguistica ma fisica, corporea, di un'opera nata come narrativa" (come scriveva Aggeo Savioli), il «Diario di un pazzo" e solo strutturalmente un monologo, in realtà appare come un ampio affresco della vita russa, dove hanno vivido risalto capi-ufficio e cameriere, generali e figlie di generali, colleghi e compagni di sventura, dottori e Re di Spagna, e dove si stemperano gli umori sempre più saturnini del protagonista.

.