L'ANTIARTE DI CALIFANO

 

                            di

 

                      Gigi Trilemma

 

           Ostia Village. 8 agosto. Forte        umidità. Lunga attesa.

Ecco che con una camicetta bianca e aria da chansonnier scanzonato arriva il Califfo e si leva sul palco, tra applausi e fischi del pubblico che reclamava un inizio più tempestivo dello spettacolo.

Un sorriso e gli perdoniamo l'ora di ritardo, essendo il concerto, previsto alle 21,30, slittato alle 22,30. Forse il playboy cantore ha confuso il pubblico con una delle tante donne che nel suo libro Il cuore nel sesso suggerisce di trattare da posizione dominante, pronto a ribatterne colpo su colpo in decuplicazione di omissioni e ritardi. Ma cosa gli avremo mai fatto noi che puntuali alle 9,15 eravamo là per rendergli omaggio da quel grande antiartista che è?

Il concerto si svolge piacevole anche se preferiamo i brani classici, meno musicalmente quelli nuovi, anche se ne apprezziamo il contenuto sperimentale e sociale.

Califano è un antiartista in nuce perché, come leggiamo dalla sua biografia in rete (http://www.francocalifano.com/), dimostra subito di sapere "quello che non si conosce", ovvero "quello che nella vita non serve".

I giornali lo esaltano come personaggio eccentrico: scrivono "Califano il Prévert di Trastevere", "Brel romanesco", "Pasolini della canzone", "Belli di quest'epoca", "Personaggio kafkiano". Eppure, nonostante questi osanna, il Califfo li attacca. Anzi antiartisticamente attacca tutto il sistema massmediale.

Come un vero antiartista ha in corpo una gioia di vivere sotterranea, una filosofia di fondo che lo salva anche a fronte delle vicissitudini esistenziali e giudiziarie che lo hanno attinto. Non a caso Califano è stato insignito della Laurea Honoris Causa in Filosofia all'università di New York "per aver scritto una delle più belle pagine della Canzone Italiana", recita la motivazione. Dunque filosofo stoico titolato... Il Califfo come "uomo può sopportare, senza mai perdere il suo equilibrio e nemmeno quel sorriso che ha resistito ad ogni maledizione, senza mai traformarsi in una smorfia di dolore".

Per quanto riguarda il bilancio dell'artista, il discorso si complica e l'antiartista esplode con l'attacco al sistema piramidale del successo che esalta i pochi, gli eletti, spesso non i migliori.

"Se si considera che nessuno è in possesso di un curriculum come il mio, se penso a dove potrei essere se avessi avuto la possibilità di poter contare su una consona promozione televisiva e radiofonica, di stampa e politica, come l'hanno avuta i miei colleghi, mi viene un po' di rabbia. Se penso che ho dovuto fare sempre tutto da solo, il bilancio è senz'altro positivo...". Questo il suo amaro ma dignitoso commento in rete, dove continua: "In TV si parla di giovani, di droga, di eroi quali Tortora, figura mitizzata. Mai nessuno che mi abbia chiamato, io, che sono l'ultimo dei sopravvissuti al martirio civile, che ho subito sulla mia pelle un massacro psichico, sono caduto tre volte e mi sono rialzato con stile. Ritengo di meritare molto più successo di quanto ne ho perché l'artista, troppo spesso e volutamente, è stato male e poco ascoltato, mai raccontato come meriterebbe dai mezzi di comunicazione... ".

Ora il vecchio maestro, che si definisce poeta maledetto, ha trovato un'altra via marcusiana di rivoluzione: rivolgersi ai giovani, come pubblico e come esecutori, assurgendo a consigliere e talent scout. Esegue una serie di nuove canzoni create ed eseguite in collaborazione con un gruppo di giovani musicisti che danno particolare verve a lui, consumato artista.

Preferiamo il vecchio stile come detto, ma accettiamo la sperimentazione e il coraggio del vecchio che abbraccia i giovani. In questo nuovo lavoro discografico dal titolo "Ma io vivo" prodotto da Elio Palumbo e Alberto Laurenti, Franco Califano scopre il rap come mezzo per comunicare la sua rabbia, le sue emozioni, la sua storia. Il brano più emblematico antiartisticamente ci sembra il brano Razza bastarda, con cui lancia un grido di protesta e denuncia contro l'ipocrisia e le falsità della nostra società, il grido di chi si è sentito tradito e abbandonato ma ha avuto la forza di alzarsi da solo. Ora il Califfo vuole dire in maniera schietta e senza veli quello che pensa: "Io intanto vado per la mia strada, senza fare marchette e a parlare di vita. E' una cosa, credo, di saper fare meglio di tutti".

E il resto? "Tutto il resto è noia". Esci dal concerto e c'è il mondo, coacervo di banalità totale.