MISERIA E NOBILTA' DI AVALLONE. PER UN ROVESCIAMENTO DELLA MISERIA DEL TEATRO COMICO ITALIANO.

              di

      Agius & Francione

 

Miseria e nobiltà è la commedia più conosciuta della produzione di Eduardo Scarpetta, grazie anche alla memorabile interpretazione cinematografica di Totò. E' la storia di due famiglia napoletane, poverissime e affamate, che grazie ad un colpo di fortuna si trovano a recitare nei panni dei nobili, così attuando con la truffa una sorta di socialismo universale elitario, per cui si realizza il sogno di un mondo intiero popolato da soli nobili. Una storia che racconta di un'italietta ormai scomparsa, fatta di famiglie costrette a coabitare nella stessa casa-stamberga, coi padri padroni declassati dalla miseria e costretti a sbarcare il lunario con attività collaterali inventate, quale quella dello scrivano e del salassatore.

La commedia, interpretata e diretta da Antonello Avallone, dopo il clamoroso successo di quest'inverno (ben quaranta serate di fila "tutto esaurito") viene rappresentata al palco grande di FontanonEstate, che quest'anno ha voluto rendere onore al teatro napoletano comico, organizzando anche un seminario pomeridiano sulla costruzione del personaggio comico.

L'operazione di Avallone, svolta con grande ritmo e tempi comici, nasce in netta chiave antiartistica. L'Antiarte prende spunto dal teatro per avanzare l'idea di un'incompiutezza perenne non solo dell'opera drammaturgica ma anche di qualsiasi altra opera letteraria. Ciò vale sia quanto alla forma espressiva, essendo quella consacrata nel testo solo una delle tante possibili, sia nella sostanza, nel senso dell'irriproducibilità del background presupposto alla creazione dell'autore, il cui tempo è naturalmente irripetibile nell'attualità. Ciò implica, più che mai soprattutto nel comico, la necessità perenne di riadattare un testo per renderlo fruibile al gusto del pubblico del tempo in cui la rappresentazione viene svolta.

La renovatio risponde, inoltre, al fatto che il regista, riformulando il materiale di altro autore, diventa autore a sua volta e quindi modifica la stessa materia artistica per derivarne nuove forme del tutto autonome rispetto all'originaria.

L'operazione di ri-creazione del testo scarpettiano è compiuta con maestria da Avallone che, eliminate alcune lungaggini e diverse forzature del copione originale, ne conserva la sostanza "ovvero un testo dotato di ritmi e tempi comici straordinari e di personaggi che, nella loro semplicità, hanno fatto la storia del teatro".

La sostanza è prima di tutto il congegno comico basato sugli scambi di identità e sul travestitismo, sistema antico e collaudato, tanto amato da Scarpetta che lo usò ad esempio in altra variante ne Il medico dei pazzi dove l'apparenza delle forme diverse viene inculcata nella testa dei personaggi e del pubblico, facendo apparire pazzi quelle che sono normalissime persone.

Naturalmente di Miseria e nobiltà vengono mantenute battute e gag tipiche di quella comicità napoletana acronicizzata che, oggi come allora, fa ridere il pubblico di tutte le età. Per tutte ricordiamo la proverbiale, "... Vincenzo m'e' pate a me!", ripetuta da Peppeniello con ossessionante metodicità, trasformando lo scugnizzo in quello che Bergson chiama automa ridicolo e strapparisata.

Un'ultima notazione. L'arte è in primis rivoluzione, non conservazione, e in ciò si pone come antiarte, ovvero avversione al passato che schiaccia.

L'Antiarte 2000 attualizza il passato per quanto può, ma nel presente si pone in chiave rivoluzionaria tendendo a scovare la nuova drammaturgia onde evitare che il teatro d'Italia si risolva in una perenne messinscena di illustri cadaveri, e soprattutto ad impedire che nel 3000 si continui sempre e solo a rappresentare la napoletanità di Viviani, Scarpetta, Eduardo e Peppino de Filippo.

Il compito di Antiarte 2000 è creare sensi di colpa in registi bravi, da noi scriventi amati, come Avallone e altri di scena ancora al FontanonEstate, invitandoli ad azzardare con autori nuovi del teatro napoletano contemporaneo. Se il pubblico vuole i classici e riempie le sale con quelli non sarà solo colpa del pubblico, ma anche dei produttori e registi i quali non educano il pubblico a sperimentare nuovi autori. Colpa dei media che tengono dietro al nome famoso e poco spazio danno al nuovo, a meno che l'homo novus non sia spinto o crei scandalo o faccia in qualche modo sponte il botto, come se la stampa e la televisione non fossero in grado di per sé di veicolare(quando vogliono) il nuovo, avendo esse a disposizione immensi spazi da riempire e che oggi colmano con l'insulso e col vecchiume.

Il gatto si morde la coda allora. Il sistema della cultura italiana è conservatore, piramidale, gerarchico e spinge alla fame i commedianti per far sì che nulla si muova nella palude Stigia del teatro italiano. Nulla vogliono che sia fatto di nuovo e poco o nulla si fa.

A tal punto non rimane che una rivoluzione no-global a questo sistema per cui ci stiamo impegnando in prima persona in internet, l'unico media davvero democratico esistente. L'intento è realizzare un mondo realmente sferico(non a chiacchiere) dove vi siano uguali possibilità per tutti gli artisti, ma nell'attesa dei tempi forse lunghi di realizzazione dell'utopia informatica, allo stato non rimane che un'invocazione ai capocomici alle prese coi problemi di sopravvivenza.

Peroriamo un giusto contemperamento tra lo spirito di cassetta(i teatranti devono pur sopravvivere per non fare la fine dei Sciosciammocca)e lo spirito antiartistico d'innovazione e di ricerca per derivare un effetto che può giovare davvero a tutti: il rinnovamento finale del teatro italiano e napoletano che va fatto con drammaturghi giovani e, per quanto possibile, viventi. "Infilate autori nuovi tra i vecchi! E che Zeus ve ne renda merito!".

E' la via intermedia per passare dalla miseria alla nobiltà del teatro comico italiano. La ricchezza di spirito ce l'abbiamo. Per la ricchezza materiale, conquistiamocela portando, senza più deleghe, l'Arte al Potere.

Intanto grazie di cuore, Antonello & company, per quanto farete per noi.