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ALBANIA / L’ULTIMA SFIDA 

L’UOMO CHE COLORÒ TIRANA
Edi Rama, pittore e sindaco della capitale, lotta contro il grigio
di Sara Laurenti 


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L'Albania è detto il Paese delle aquile ma oggi è raro avvistarne anche una soltanto. Tirana è un cantiere caotico, denso di traffico e aria irrespirabile, dove circolano solo berline Mercedes anni Ottanta, le uniche a sopportare le strade sconnesse. Dall’Istituto degli studi ambientali la capitale appare tra le città più inquinate del mondo, dopo Nuova Delhi e Pechino, e lasciando indietro città come San Paolo e Città del Messico. Chi potrebbe dolersene è Giorgio Castriota Skanderbeg, l’eroe aristocratico dell’impavida e inutile resistenza ai turchi nella metà del Quattrocento. La sua statua troneggia sulla piazza del centro e poco più in là c’è una colorata ruota panoramica che tenta di contenere l’aria diffidente degli edifici.

Poco lontano, però, molti palazzi sono stati colorati a tinte vivaci e allegre. Li ha voluti così Edi Rama, sindaco della capitale dal 2000. È un artista, viaggiatore, professore all’Accademia delle Arti albanese. «È stata un’operazione d’impatto visivo e psicologico senza spese, quasi, e la gente ha sentito il cambiamento», racconta pacato il sindaco in un italiano ricercato: «All’inizio era terribile, nessuno capiva cosa stesse succedendo. Sapevo che mi avrebbero criticato ma fare tutti contenti è come dipingere tutto di grigio. Eppure mi hanno invitato a continuare. Purtroppo siamo stati obbligati a partire dalla ciliegina e non dalla torta: c’è tanto da fare a Tirana ma mancano le risorse perché non esiste ancora lo Stato: se ci sono, le istituzioni sono obsolete. L’Unione europea aiuta i Paesi poveri perché sopravvivano, non perché si sviluppino». E aggiunge: «Essere sindaco di Tirana vuol dire tentare di far rinascere una città partendo da una situazione drammatica, dove non c’era più speranza. È una sfida straordinaria. Senza un piano regolatore, per esempio, è impossibile non fare errori, ma non puoi vietare di costruire perché le persone hanno bisogno di case. Avremo un vero piano agli inizi del 2006, grazie a un concorso internazionale. Intanto c’è il piano per il centro di Tirana, vinto da uno studio di architettura francese, e finalmente abbiamo i semafori agli incroci. Tirana non sarà mai una città nordica, eppure dovremo arrivare a essere caotici ma belli, a trovare un equilibrio interno».



Il sindaco cerca di far capire la complessità del suo lavoro: «Quando si parla di infrastrutture si chiamano in causa, ad esempio, le imprese dell’energia e della telefonia, anche loro in transizione e non in crescita simmetrica. Questo è lavorare nel caos, ma la gente non sempre capisce. Per fortuna ho potuto scegliere il mio gruppo, per la maggior parte donne. Sono molto più affidabili e meno corruttibili: sono donne le due vicesindaco, tre dei quattro direttori generali e oltre la metà dei direttori. E io in nove anni tenterò di creare lo scheletro, poi lascerò ad altri mettere i colori, magari a una donna, che farebbe miracoli, come ovunque». E aggiunge per punzecchiare: «Gli uomini italiani sono come quelli albanesi, solo che portano abiti di Versace».

Si vedono case in costruzione ovunque, anche a lato della strada che da Tirana arriva a Durazzo, fino all’anno scorso interminabile. Oggi, in mezz’ora si è al porto principale del Paese. Durazzo segna un’ideale linea di confine tra l’aspra Albania del Nord, assolutamente balcanica, e quella solare del Sud, con i suoi agrumeti e le case bianche, mediterranea. Un anfiteatro romano eretto nel II secolo a.C., abbandonato, domina la città portuale. «Noi dobbiamo sopravvivere», sembrano dire gli albanesi con la loro indifferenza per una storia altrimenti gloriosa. Con le prime giornate estive tutti cercano un posto al sole, spesso però circondati da rifiuti portuali e umani. Non mancano greggi di pecore e nemmeno il ricordo del passato: tanti piccoli bunker di cemento armato costruiti sulla battigia dal dittatore Hoxha, ossessionato da possibili attacchi occidentali. Oggi sono ricoperti di immondizia e spesso divelti. E il mare, all’apparenza limpido, è invece una discarica a cielo aperto.



Per trovare il mare trasparente bisogna spostarsi a Sud, a tre ore di pullman dalla capitale. Valona è città turistica e universitaria, che ha subito la stessa sorte delle altre città albanesi: circa 50 mila immigrati sono scesi dal Nord in cerca di un futuro migliore per i propri figli dopo la caduta del regime, nel 1991. La "cooperazione decentrata" italiana ha creato, in collaborazione con gli enti locali, la prima guida della regione di Valona, per valorizzare "itinerari, spiagge, montagne, ricette". Ma quanto questo potrà incidere in un Paese che va veloce come la giovane Vesna del film di Mazzacurati? L’economia albanese cresce quasi come quella della Cina, intorno al 6% l’anno, ma resta tra le economie più povere con un reddito pro capite di 1.230 dollari l’anno.

L’immigrazione interna, dalle periferie ai centri città, ha sviluppato anche qui il fenomeno dell’abusivismo. La pianificazione urbana non riesce a soddisfare le necessità della comunità. Le fogne sono scaricate in mare con danni gravi alla salute pubblica e con una riduzione della pesca e delle biodiversità che incide sul turismo, senza dimenticare la deforestazione e l’erosione delle coste. Eppure i turisti stranieri in Albania nel 2004 sono aumentati: 213 mila contro i 176 mila dell’anno prima, con un picco di 80 mila presenze nel solo mese di luglio, comunica il ministero del Turismo. Chi vuole impedire il rischio di speculazione edilizia è il Butrint National Park, vicino a Saranda, nell’estremo Sud. Fondata dai troiani secondo Virgilio, Butrint fu costruita dai greci nel VI secolo a.C. su un precedente insediamento illirico. Ma le strade, tranne quelle principali, sono sterrate, difficili da percorrere. Per 20 chilometri sono necessari tre quarti d’ora, e molto di più se piove: si allaga tutto, al Sud, ma specialmente al Nord, che raggiungiamo con un pulmino, naturalmente Mercedes.

A Scutari sono poche le macchine che girano per la città, il resto sono calessi e bici. Quante biciclette escono verso le cinque dalle fabbriche. Sembra un po’ Roma negli anni del dopoguerra. In queste zone domina una cultura patriarcale che non concede alle donne nessun privilegio, spesso nemmeno il diritto di scegliersi il marito. Succede specialmente nei nuovi quartieri abusivi tutt’intorno, dove si sono stabiliti i "montanari", scesi dal Nord, conservatori e chiusi, ma anche all’entrata della città dove vivono i rom, poveri ed emarginati. Una fortezza antica sovrasta sia la periferia sia la città di Scutari. La leggenda narra che le mura chiedevano il sacrificio di una donna per rimanere in piedi: fu scelta la giovane Rozafa, che accettò, ma chiese che nel murarla le lasciassero liberi un seno, una mano e un piede, per nutrire, accarezzare e cullare il suo bambino. Così avvenne, e le mura furono terminate. Ma la leggenda vuole che dalle pareti della fortezza scendano ancora gocce di latte. Come allora anche oggi sono le donne a sacrificarsi. Per le strade molte, con un banchetto di fortuna, vendono banane o sigarette sfuse, o chiedono la carità, segnate nel volto più dalla fatica che dal tempo. Nel via vai convulso e indifferente della città, non hanno tempo di scoraggiarsi.

Sara Laurenti



"Gli uomini italiani sono come quelli albanesi, solo che portano abiti di Versace" 


 
 

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Last updated: maggio 08, 2005.