TOSCA ALL'OLIMPICO
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UNA TOSCA MULTIMEDIALE AL TEATRO OLIMPICO

di

Gigi Trilemma

Sono passati cento anni dal 14 gennaio 200 quando la Tosca di Puccini, opera romana per eccellenza, andò in scena al Costanzi di Roma.

Eccola ora ritornare a Roma, nell'anno del Giubileo 2000, riscuotendo grande successo in una sede davvero inusuale: lo Stadio Olimpico-Curva Nord.

Chi scrive fa parte dell'Antiarte, il movimento che privilegia lo Spirito artistico rispetto alla Forma, soggetta alla caducazione del tempo, secondo i gusti, le mode, le emozioni delle varie epoche. Gustando quest'opera l'ha analizzata in spirito antiartistico, cercando poi tra i virgulti più freschi del Tempo, i giovani presenti allo stadio, echi per saggiare se l'operazione di adattamento cronotopica sia riuscita.

Il risultato in chiave antiartistica è stato davvero sorprendente.

Il primo colpo è stato collocare un'opera lirica in un ambiente deputato a tutt'altro: grandi eventi di calcio. Ci si recava allo stadio e ci si domandava tra i pensieri lirico-vaganti(Puccini, Scarpia, Tosca che si getta dal castello) quale squadra giocasse quella sera. Nessuna squadra, o meglio la squadra del Teatro dell'Opera.

Anche l'atmosfera era in spirito di collisione antiartistica, con venditori di pop corn, pizze, aranciate che lanciavano la loro voce da baritoni, bassi, soprani della coca-cola tra il pubblico affamato.

La vera fame era comunque non dei panini, ma dell'azione musicale-scenica, una delle più popolari del repertorio di Puccini. Il successo dell'opera, non la più forte in assoluto del compositore a livello canoro, è legata oltre che alle arie immortali, per il cui ascolto si resta come in attesa incantata, anche ai temi musicali e di contenuto tra il lirico e il fosco, raccontando storie truci di rivoluzioni, torture, assassini, plotoni di esecuzione.

Questa chiave ha molto attratto la numerosa gioventù presente, abituata ai film horror, unitamente all'eccellente chiave spettacolarizzata offerta dall'allestimento di Giuliano Montaldo "sapiente domatori di grandi spazi".

Dalla perfetta e gigantesca riproduzione della chiesa interna di Sant'Andrea della Valle, con rotazione dei macchinari si è passati nel secondo atto alla ridotta camera di Scarpia, resa legante dalla biblioteca ricolma di libri e di busti, mentre già ai lati si levavano le strutture che nella rotazione finale del terzo atto rappresentavano in mixage i contrafforti laterali dell'emergente del Castel Sant'Angelo.

L'antiarte non è in assoluto ricerca del nuovo, ma anche recupero di forme passate e desuete, spesso declassate dalla critica come quelle barocche ad esempio, usate in chiave di resa armonica e spettacolarizzata.

In paradoxo la modernizzazione estrema della scenografia, mirabile congegno estetico-meccanico, ha cortocircuitato il tempo facendolo retrocedere ai grandi macchinari rinascimentali e barocchi.

Contemporaneamente la spettacolarizzazione si è avvalsa di tecniche filmiche. Mentre Tosca è ricattata da Scarpia nel tentativo di barattare un atto d'amore con la cantante con la vita di Cavaradossi, su uno dei contrafforti una finestra viene illuminata, si odono gemiti, e in silhouette vanno scena di tortura, con catene, macchine da strappo etc. del povero pittore Mario.

Il colpo di grazia delle tecnica cinematografica è stata comunque l'entrata in scena della massa di gente al finale del primo tempo, a rappresentare i Quattro Stati Sociali(Nobili, Clero, Soldati, i poveri del Terzo Stato), da vero e proprio film colossal stile anni '60.

Grandi ovazioni del pubblico al momento delle romanze, soprattutto di Lucean le stelle, un vortice di brividi continui, dove si è invocato il bis, e l'opera è scivolata impeccabile, tra canti e musiche sorrette dall'orchestra, Quarta Protagonista, diretta dal mirabile Dalien Nazareth.

Unica notazione in spirito antiartistico. Abbiamo intervistato i giovani alcuni dei quali cercavano di seguire freneticamente sul libretto le parole, rovinandosi la vista per la poca luce. Invano qualche esperto cercava di fa capire loro che quel che contava era la musica, e che le parole si potevano anche intuire.

Loro volevano sapere cosa dicevano i personaggi. Abituati come sono a sentire tutto, a capire parola per parola, alle didascalie dei Jesus Christ Superstar, Hair etc. si chiedevano perché non installare uno schermo soprastante con le parole in versione italiana e inglese, in maniera tale che con un colpo d'occhio si potevano seguire sia i duetti che il parlato.

Facciamo nostro il suggerimento e lo giriamo al Teatro dell'Opera e agli allestitori in genere di opere liriche affinché quest'innovazione s'imponga, quando a luci spente è meglio il libretto riporlo nel taschino del paltò e seguire con gli occhi, le orecchie il cuore tutto quanto al meglio si possa seguire: azioni, musica, canto, e perché no, parole, sbirciando là in alto verso il cielo stellato di Roma.

D'altra parte già nel '700 Metastasio aveva attuato una vera rivoluzione nel melodramma spesso costituito da uno spartito musicale molto curato e da un testo poetico pessimo, ridando dignità alla parola scritta. Va bene che la musica è la più grande delle arti secondo Schopenhauer e i melomani, ma se le parole del libretto ci sono, non possono essere ridotte a una mera sonorità di supporto della musica canora e strumentale, per non far rivoltare Metastasio nella tomba. E allora perché non farli valere quei versi, sentire, valutare tanto più che spesso sono autentiche opere di poesia?

Quanto alla Tosca, date a Giacomo quel che è di Giacomo; a Sardou, a Illica e a Giacosa quel che è di Sardou, Illica e Giacosa.

 
   
 

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Last updated: maggio 08, 2005.