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Data: 04 Set 2003 - 19:26 

Giustizia quotidiana e Dalai Lama 
Lettera al Dalai Lama, premio Nobel per la Pace e capo di una religione non differente da tutte le altre.

di Marcella Boccia

                                                
Caro Dalai Lama, Guruji, come ti chiamano da queste parti, 
mi chiamo Marcella Boccia e sono una giornalista italiana, autrice di canzoni, ragion per cui mi trovo qui a Mc Leod Ganj da un mese, ossia per raccogliere materiale informativo per una canzone che sto scrivendo in favore di un "Tibet libero" (Free Tibet). 
Ho incontrato le donne della Tibetan Women's Association, e sono state davvero gentili a darmi tutte le informazioni di cui avevo bisogno. Da alcuni anni dirigo una rivista telematica che si occupa di numerose campagne di solidarieta', ed ho spesso dedicato spazio alla questione tibetana. 
Non ti nego che mi sarebbe piaciuto incontrarti sin da subito, per intervistarti, ma non volevo rubare tempo alle tue questioni di certo piu' importanti, cosi' non ho chiesto un colloquio privato.Stamattina, tuttavia, una mia amica inglese mi ha comunicato: "Se lo desideri, sabato prossimo il Dalai Lama concedera' un'udienza pubblica; devi solo andare all'ufficio della sicurezza, col passaporto, e compilare un modulo". 
Ne ero felice, entusiasta, tanto da decidere di posticipare la data della mia partenza che sarebbe dovuta avvenire domani.

Con il mio compagno di viaggio, che mi accompagna sempre ed ovunque, e gliene sono grata, soprattuto per le interviste in cui mi fa da interprete, perche' parla pefettamente hindi, panjabi ed inglese, mi sono recata a quell'ufficio, colmo di turisti dalla "faccia pallida", ed in cui tre signori, piu' "scuri", visibilmente annoiati, sedevano dietro a due scrivanie. Il mio compagno di viaggio mi precedeva, come sempre; dopo aver chiesto ad un'amica americana quale fosse la procedura da seguire, si e' avvicinato alla scrivania centrale, senza parlare, solo allungando una mano per ritirare il modulo da compilare, e che tutti gli altri si accingevano a riempire. 
Il "gentile signore", degnandolo di un fugace sguardo, gli ha sottratto il modulo dalle mani, esclamando, con arroganza: "No, tu no!". Il tuo funzionario, caro Guruji, non ha chiesto nulla al mio compagno di viaggio, e non vi erano precedenti che potessero spiegare un simile comportamento. Semplicemente, alla tua "guardia" non e' piaciuta la faccia del mio compagno di viaggio, una faccia indiana. 
Si, il mio compagno di viaggio e' indiano, ed il funzionario dell'Ufficio Sicurezza non gli ha chiesto i documenti, non ha chiesto se avesse un passaporto, non gli ha dato spiegazioni, ha detto "no" e basta.

Quando, indignata ed incredula, mi sono avvicinata per chiedere: "Why?", la risposta e' stata: "He is local". Ho piu' volte ripetuto la domanda, insistendo nel voler capire cosa intendesse dire con quel "lui e' local": "lui e' indiano"? Il signore, pero', continuava a rispondermi, in maniera davvero sgarbata ed infastidita, "He is local!".

Ho, cosi', restituito il mio modulo, dicendo che ormai non ne avevo piu' bisogno, e dichiarando che, visto che lui non rispondeva alla mia domanda, avrei scritto a te per aver risposta. L'altro signore mi ha risposto: "Si, si, scrivi pure una lettera al Dalai Lama!", con l'atteggiamento di chi sa che, tanto, non servita' a nulla.

E allora? Il mio compagno di viaggio e' "local". Percio'? Dimmi. Oltre ad essere "local", lui e' un docente universitario plurilaureato, con un master in Filosofia, uno in Scienze ed un altro in Yoga, ma anche se fosse "l'ultimo" degli indiani (espressione che non mi piace, ma che chiarisce il concetto), perche' mai tu non gli concedi di incontrarti per una tua benedizione?

Credo che i tuoi funzionari siano, in quell'ufficio, tuoi portavoce. Mi auguro, tuttavia, con tutto il cuore, che non sia cosi'! Mi dispiace, ma ho preferito rinunciare anch'io all'udienza di sabato, a cui tenevo davvero tanto, perche' sono molto delusa. 
Mi sono detta: non voglio incontrare Sua Santita' XIV Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace, se lui incontra solo i ricchi occidentali che vengono qui per turismo, molti dei quali interessati solo a scattargli qualche fotografia da mostrare, orgogliosi, agli amici al ritorno nel proprio Paese.

Me ne andro', cosi', da questo incantevole luogo con una tale amarezza nel cuore che non so spiegarti.
Come fai a parlare di Pace nel Mondo, se non c'e' "Pace" neanche nella tua piccola, piccolissima comunita', in cui gli indiani ti hanno ospitato, e ti ospitano, dopo esser stato malamente e brutalmente cacciato dai cinesi dal tuo meraviglioso Tibet? Cos'hanno pensato, mi chiedo, tutti quei turisti dalla "faccia pallida" che hanno assistito alla penosa scena nell'ufficio? Ah, io posso immaginarlo: molti di loro si saranno di certo dispiaciuti; altri non hanno capito cosa stesse accadendo e perche' vi fosse una discussione in un luogo di "Pace", ed altri avranno trovato conferma al loro orgoglio di essere "superiori" perche' "loro potevano ed un indiano no!". Ai turisti, che si trovano in casa altrui, ospiti, e' concesso tutto, e gli indiani, quelli onesti, ospitali, educati ed umili, rinunciano anche al solo pensiero di dover chiedere. E pensare che il mio compagno di viaggio, dal cuore d'oro, non voleva venirci in quell'ufficio, presagendo, probabilmente, quello che sarebbe accaduto, ed io, testarda come buona parte degli occidentali, l'ho convinto; osservando l'ufficio dalla finestra del ristorante italiano, impaziente, gli dicevo: "Sbrigati, andiamo, non vorrei che non ci fosse piu' posto per noi." Ed, infatti, non c'era posto. Ma il posto che ci e' stato negato non e' fisico.

Abbiamo lavorato tanto nel mondo e continuiamo a lavorare affinche' i cittadini dei Paesi poveri, colpevoli solo di nascere gia' con un debito verso i Paesi ricchi, non si sentano dei "diversi", e guarda cosa accade qui.

Io mi sono vergognata, non riuscivo a guardare il mio compagno di viaggio negli occhi, e mi sono arrabbiata, poi, con lui per la sua passivita', per il fatto che non se la sia presa affatto, dicendomi, amorevolmente: "Non ti preoccupare, e' normale, io me lo aspettavo, ci sono abituato. Vai tu, ti aspettero' fuori!". 
No, io non andro' in alcun luogo in cui a qualcun altro, chiunque esso sia, venga negato l'accesso, ed "esigo" una spiegazione, o, meglio, te ne sarei riconoscente. Sono nauseata dai soprusi, dalle dichiarazioni di "diversita'", da chi dice "tu puoi, tu invece no!".

Come facciamo a cancellare il debito dei Paesi poveri (e se sono poveri, la responsabilita' e' di tutti, ma soprattutto occidentale), a convincere il mondo che tutti abbiamo gli stessi diritti, se neanche per te, ambasciatore della Pace nel Mondo, e' cosi'?

Qui ho conosciuto gente che ti ama, che ti chiama, affettuosamente, Guruji, che si commuove al solo tuo pensiero; ma ho anche assistito alla scena di una turista svizzera che, sentendosi infastidita dalla stessa persona che da molti giorni le chiedeva soldi in strada, ha esclamato: "Perche' non te li fai dare dal Dalai Lama? Perche' il Dalai Lama non offre soldi a questa gente che ha fame?". 
Questa frase mi ha costretto a riflettere su una Verita'. Ho incontrato molte persone amorevoli, oneste, spirituali, e molte altre disoneste ed egoiste nella tua Comunita', anche tra quelli che indossano il tuo stesso abito. Uno dei tuoi monaci, vestito poprio come te, mi ha salutata simpaticamente ogni giorno, sin dal mio arrivo; l'ultimo giorno in cui mi ha concesso un sorriso, l'ha fatto mostrandomi un biglietto in cui mi chiedeva, in uno strano inglese, soldi per studiare. In quel momento ero presa da altro e, poiche' quel biglietto non mi convinceva, non ho dato mano al portafogli, come invece ho fatto in altre occasioni, ma, dominata dal dubbio, l'ho ringraziato e salutato. Ebbene, da quel momento il tuo monaco mi ha tolto il saluto! 
Saro' una romantica, cosi' attaccata alle emozioni, ma certi eventi mi turbano, segnano la mia sensibilita' e so che me li trascinero' dietro per sempre. Come la delusione di scoprire, inaspettatamente, che la tua comunita' buddhista non e' vegetariana.

Io ti ho sempre stimato per il tuo buon cuore e per cio' che fai non solo per il Tibet, ma per l'intera umanita', ed il mio Amore per te e' gratuito, spontaneo, non certo dettato dai dogmi della tua religione che ti crede Dio in terra oppure dal fatto che potresti essere il mio Guruji: per me sei "solo" una grande Anima, in un piccolo corpo, ed a capo di una piccola comunita' che, con il suo esempio di compassione, con i suoi discorsi pubblicati nei libri, tradotti in tutte le lingue, stampati sulle T-shirt che i turisti indossano, sulle tele che appendiamo nelle nostre case, sa giungere al cuore dell'umanita' ed accendervi una fiammella di speranza in un futuro migliore, in cui il mondo possa avere come unica legge il rispetto per tutto cio' che VIVE. 
Ma questo rispetto che tu vai predicando deve venire prima da te e dai tuoi collaboratori, altrimenti non sei credibile e cio' che dici in quei libri diventano solo belle parole e basta. 
Come queste: "Quando incontro delle persone nelle diverse parti del mondo, questo mi ricorda sempre quanto siamo sostanzialmente uguali: tutti esseri umani; forse vestiti in modo diverso, con la pelle di colore diverso, che parlano lingue differenti. Ma questo Ŕ solo ci˛ che appare in superficie, fondamentalmente siamo gli stessi esseri umani e questo Ŕ ci˛ che ci lega l'uno all'altro. Questo Ŕ ci˛ che ci consente di comprenderci l'un l'altro, di fare amicizia e sentirci vicini". (XIV Dalai lama, discorso per il Premio Nobel per la Pace, Oslo, 10 dicembre 1989)

Con affetto e sincera stima,

Marcella Boccia (piccola Anima in cerca di Verita')